La diffamazione tramite Facebook si realizza sia nel caso in cui le parole offensive vengano inserite negli spazi pubblici (bacheca o commenti) sia nel caso in cui vengano inviate tramite messaggi privati indirizzati ad almeno due persone.

Social Network

Negli ultimi anni l’utilizzo sempre più massiccio della rete ha profondamente mutato “usi e costumi” degli utenti, obbligandoli ad adeguarsi ad una realtà che, non solo è entrata a far parte della nostra vita quotidiana ma, spesso, ha finito con il condizionarne numerosi aspetti. Dai più basilari, quali le relazioni sociali e le modalità di comunicazione, ai più complessi quali l’informazione, il mondo del lavoro e i rapporti con le istituzioni. Anche il diritto ha dovuto adattarsi a questa nuova realtà, talvolta predisponendo nuovi strumenti di tutela, basti pensare all’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici quali il reato di frode informatica o di accesso abusivo ad un sistema informatico, talvolta fornendo interpretazioni più o meno estensive della normativa esistente per assicurare la tutela di diritti che vengono aggrediti attraverso l’uso di questo strumento. Tutte le condotte lesive che si concretizzano attraverso l’utilizzo di frasi, epiteti offensivi o di affermazioni dileggianti, ovvero veri e propri attacchi alla reputazione altrui, sono specificamente disciplinate dagli artt. 594 e 595 del C.P. che prevedono la penale responsabilità per i reati di ingiuria e diffamazione.

Ma esistono strumenti per difendersi da questi reati? Proprio per saperne di più, al fine di assicurare la tutela di tali interessi, ci siamo rivolti all’Associazione A.I.A.C.E. (Associazione Italiana Assistenza Consumatore Europeo), intervistando l’avvocatessa Viviana Nucera di Catania e il dottore commercialista Alberto Maugeri di Niscemi. «La lesione degli interessi personali, se attuata mediante l’uso di internet, produce un più elevato grado di aggressività data la velocità di diffusione del messaggio offensivo che può circolare liberamente per anni ed essere visualizzato da un numero elevato di utenti. Internet, spiega il dottor Maugeri – costituisce un mezzo di pubblicità perché consente di divulgare una notizia che potrebbe anche essere diffamatoria o ingiuriosa ad una pluralità di soggetti».

Potrebbe rientrare Facebook nei casi di reato di diffamazione?
«In alcune pronunce – commenta l’avvocatessa Numera – la giurisprudenza di merito ha mostrato qualche incertezza sulla possibilità di configurare il reato di diffamazione tramite Facebook, a causa delle peculiari modalità con cui si esplica la comunicazione all’interno del mondo social. Qualche Tribunale ha infatti escluso la configurabilità del reato per mancanza di un elemento essenziale, la comunicazione con più persone. (Tribunale di Gela, 23.11.2011, n. 550, secondo cui “attraverso Facebook e social network analoghi si attua una conversazione virtuale privata con destinatari selezionati, per cui la comunicazione non può dirsi “particolarmente diffusiva e pubblica”, in virtù del fatto che per accedere alle pagine di un profilo Facebook è necessario il consenso del titolare del profilo che autorizza, di volta in volta, solo la ristretta cerchia di individui che desidera selezionare. CIT. Avvocato Gianluca Massimei, salary partner NCTM Studio Legale Associato:”Diffamazione, Massimei: “La Cassazione ha dissipato il mistero su Facebook”). “In altre occasioni, – ha commentato il dottor Maugeri – la questione ha riguardato la possibilità di configurare l’ipotesi aggravata di diffamazione, in quanto la circostanza di poter restringere la cerchia dei destinatari di post e commenti escluderebbe la possibilità di qualificare Facebook e i social network in generale come ‘altro mezzo di pubblicità’ ”. Quando poi l’offesa avviene mediante i social network – ovvero su una bacheca Facebook -, secondo la Corte di legittimità non vi è ragione per approdare a conclusioni diverse.: “Secondo la Cassazione – specifica l’avvocatessa Nucera – l’ipotesi di reato di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico, ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. Anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo di una bacheca Facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone. Di conseguenza, deve ritenersi che la condotta di postare un commento sulla bacheca Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione del commento, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone comunque apprezzabile per composizione numerica, di conseguenza che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dal terzo comma dell’art. 595 c.p. Ricondurre l’ipotesi di diffamazione tramite facebook nel terzo comma dell’art. 595 c.p. comporta l’attribuzione della competenza a decidere al tribunale monocratico e non al giudice di pace.

Se si pensa di essere vittime del reato di diffamazione mediante Facebook, cosa bisogna fare?
«Per agire in sede penale – spiega l’avvocatessa Nucera – la prima cosa da fare è sporgere querela alla competenti autorità (Procura della Repubblica, Carabinieri o Polizia Postale) entro tre mesi dal giorno in cui si ha avuto notizia del fatto che costituisce reato. La querela può essere proposta personalmente o a mezzo di un avvocato e deve contenere la descrizione dei fatti, con l’indicazione ovviamente della frase offensiva e dell’autore della stessa (occorre, pertanto, indicare il profilo dell’utente che ha pubblicato la frase dal contenuto diffamatorio, l’I.D. di quest’ultimo), nonché le prove a sostegno di quanto dedotto in querela. Con riferimento a queste ultime, suggerisco di non produrre una semplice stampa o uno screenshot della pagina web in cui compare la frase incriminata perché tale stampa non assicura in modo incontrovertibile che il contenuto riproduca ciò che è effettivamente online e l’immagine potrebbe essere stata manipolata. Anche la Corte di Cassazione ha chiarito infatti che, ai fini probatori, non basta produrre la mera stampa della pagina web, ma è necessario depositare copia autenticata della stessa. Per cui, la copia conforme della pagina web potrà essere eseguita da un Notaio e può essere resa con copia della pagina web diffamatoria su supporto informatico o su supporto cartaceo. Nel caso di fatti con rilevanza penale questa estrazione dovrebbe essere effettuata dalla Polizia Giudiziaria. Ma, in ordine a tale eccezione, il giudice potrebbe attribuire alla stampa della pagina web o al c.d. screenshot valore di indizi (o, nel caso, di giudizio civile, valore di principio di prova) i quali, se supportati da altri elementi, quali testimoni che abbiano letto la frase offensiva, possono condurre lo stesso ad una sentenza di condanna. Nell’ambito del procedimento instaurato a seguito di deposito della querela, ci si potrà costituire parte civile ed ottenere, all’esito del dibattimento, non solo la condanna dell’autore dell’illecito alle pene previste dalla legge ma, altresì, il risarcimento del danno. Occorre precisare, infine, che la diffamazione tramite facebook si realizza sia nel caso in cui le parole offensive vengano inserite negli spazi pubblici (bacheca o commenti) sia nel caso in cui le stesse vengano inviate tramite messaggi privati indirizzati ad almeno due persone».

Fonte : http://www.blogtaormina.it

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