La Corte di Cassazione, con sentenza n. 4236 del 30.1.2017, ha esaminato il caso di un uomo che, dopo un sinistro stradale, rifiutava di sottoporsi, presso una struttura ospedaliera, ai prelievi finalizzati a stabilire l’eventuale assunzione di alcool o di sostanze stupefacenti.
Condannato in primo grado per essersi rifiutato di sottoporsi agli accertamenti, con sentenza confermata in Appello, l’uomo ricorreva in Cassazione, assumendo che il personale della struttura ospedaliera ove era stato ricoverato non necessitasse del suo consenso per l’effettuazione dei prelievi. Secondo la medesima tesi difensiva, il fatto che il consenso fosse stato successivamente richiesto, e negato, non avrebbe alcun rilievo sul piano legale, dato che si sarebbe potuto procedere agli accertamenti su richiesta della Polizia Giudiziaria.
I Giudici della Suprema Corte, nella sentenza in epigrafe, hanno ribadito che, in caso di ricovero del conducente presso una struttura ospedaliera, i risultati dei prelievi svolti durante il protocollo medico, o su richiesta della Polizia Giudiziaria, sono utilizzabili per accertare il reato di guida in stato di ebbrezza e che, nel caso in cui il paziente rifiuti il trattamento, questo sarebbe impossibile da effettuare.
In merito a tale ultima ipotesi, sussiste il reato di rifiuto, ai sensi dell’art.186, c. 7 C.d.S., rilevabile “nel caso in cui il conducente si sottragga volontariamente agli accertamenti etilometrici di cui all’art. 186, comma 5, C.d.S.: ossia a quelli legittimamente eseguiti in esecuzione di protocolli sanitari presso la struttura ove il conducente è stato ricoverato a seguito di incidente stradale.”
Pertanto, pur non sussistendo la possibilità di limitare la libertà personale dell’individuo e dovendone rispettare la libertà di rifiutare cure mediche, la manifestazione di volontà contraria al prelievo configura un reato e non solleva l’imputato dal dover rispondere della guida in stato di ebbrezza. Alla luce di quanto esposto, i giudici di Piazza Cavour hanno rigettato il ricorso, confermando la sentenza di condanna.

 

Autore: Avv. Giuseppe Libertino  Fonte: leggiegiustizia.it
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